Lunedì 19 gennaio, a sei mesi dall’approvazione in giunta, il confronto sulle tariffe dei musei civici della città di Milano è approdato in consiglio comunale sotto il preannunciato fuoco di fila di emendamenti dell’opposizione.
Parliamo di un circuito da 1,8 milioni di visitatori l’anno (che sono aumentati negli ultimi anni, e raddoppiano se mettiamo nel conto anche le mostre) per un valore complessivo di 3 milioni. Per portare questo incasso a quota 5 milioni si metteranno in campo tre mosse:
- Fine delle gratuità per Mudec, Museo del Risorgimento, Palazzo Morando e Casa Boschi di Stefano (con la sola esclusione di Studio museo F. Messina e Cripta di San Giovanni in conca)
- Fine della tariffa unica
- Rincari variabili fino a 15 euro (Musei del Castello, Museo del Novecento, GAM, Stori naturale, Acquario e Archeologico..) che saranno definiti in un successivo affondo in sede di giunta
Il capitolo Cultura non ha certo un peso specifico rilevante in un bilancio comunale da 4 miliardi. Eppure questi rialzi, giustificati forse dalla disponibilità di spesa della platea turistica, potrebbero avere forti ripercussioni sulla frequentazione dei Musei da parte della cittadinanza. Volendo fare l’avvocato del diavolo possiamo trovare (ad oggi) una prima scappatoia nella Milano museo card, che resta un’iniziativa di assoluto interesse, e segnalare che la tariffa unica era al palo dal 2014. Tuttavia, a mio parere, resta un’operazione discutibile a maggior ragione in quanto più rilevante sul percepito che sotto il profilo dell’utilità.
C’è un ulteriore e rilevante elemento che a mezzo stampa è stato presentato come momento di bilanciamento della politica di rincaro, quasi a giustificare l’iniziativa per rendere sostenibile una buona azione: l’applicazione del contratto Federculture ai servizi di accoglienza, dopo che un analogo passaggio (dal contratto Multiservizi) aveva interessato l’area della bigliettazione. Non si è trattato di un’illuminazione né la sua estensione può essere paragonata ad una partita di scambio: siamo di fronte all’esito (vittorioso) di una vertenza del sindacalismo di base. Non possiamo sviare da questo fatto, economicamente migliorativo delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori interessati. Cionondimeno il punto d’arrivo di questo percorso dovrebbe essere la reinternalizzazione dei servizi. I diritti sindacali e la stabilizzazione del personale non sono merce da baratto utile a far digerire alla cittadinanza l’aumento del costo dei musei, ma costituirebbero una politica pubblica di di sicuro interesse e di tutt’altra cultura.
Img di copertina da Wikimedia commons


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