Si è da poco conclusa la 31a edizione del Convengo delle Stelline, che anche quest’anno non ha trovato casa nell’omonimo palazzo seicentesco (in perpetua fase di ristrutturazione) ma nella faraonica cornice di Palazzo Lombardia. Martedì 26 maggio ho avuto occasione di seguire solo la prima sessione del mattino che, tra critica del pappagallo stocastico e affondi sulle molteplici forme della creatività, è stata tutta dedicata alle implicazioni filosofiche e disciplinari del’IA generativa. Il pomeriggio successivo ho presidiato un paio di appuntamenti: il carteggio tra l’assessore Tommaso Sacchi e Antonio Calabrò di Fondazione Assolombarda e Fondazione Pirelli (no, per quanto la centralità delle fondazioni lasciasse ben sperare, non si è entrati nel dettaglio che speravo in tema di futura fisionomia di Palazzo Sormani o BEIC) e, infine, la presentazione della ricerca promossa da AIB sul mercato delle professioni bibliotecarie.
Si è chiusa l’edizione 2026 del Convegno Stelline con oltre 13 sessioni, 11 eventi collaterali, 25 workshop e 1.000 bibliotecari coinvolti.
Dalla newsletter del Convegno
Prima di arrivarci, dopo tre anni di acciaio e vetro, c’è anzitutto da dire che il ricordo (e il ritorno) al Palazzo delle Stelline si fa via più lontano. Ed è un peccato. Non ci sono certezze a questo proposito ma non darei per scontato che sia economicamente sostenibile tornare alla storica sede dell’appuntamento annuale delle bibliotecarie in Italia. Il design della serra di Piazza Città di Lombardia è climaticamente ostile e dispersivo, il regime dei controlli barocco, la possibilità di incontrarsi a margine degli incontri minimizzata dalla varietà di ingressi, piani, corridoi. Ma tant’è. In questo contributo vorrei concentrarmi sull’ultimo dei tre appuntamenti e basta.
Il lavoro bibliotecario in Italia tra frammentazione e sviluppo: evidenze dalla Ricerca dell’Associazione italiana biblioteche sul mercato del lavoro delle professioni bibliotecarie. Dietro questo sontuoso titolo e il coordinamento della presidente AIB Laura Ballestra, si sono avvicendati i contributi di Maddalena Battaggia (BIBLAB), Livia di Stefano (Federculture), Gianni Stefanini (Rete delle reti), Raffaele De Magistris (OLAVeP). Dell’ouverture ho trattenuto l’impellenza di sostanziare l’iniziativa di advocacy istituzionale di AIB grazie al supporto dei dati. In un ecosistema poco conosciuto e frammentariamente sondato, era tempo di una ricerca adeguata a fotografare chi lavora e come lavora nelle biblioteche di pubblica lettura. Nobili intenti. Un’interessante anteprima del metodo, del campo d’indagine e degli esiti della ricerca era stata oggetto di una video presentazione disponibile sul canale yt di AIB a questo indirizzo.
Indagini pregresse ce n’è, eppure ricomporre il quadro giuridico, l’insieme e le tendenze delle legislazioni regionali nell’arco di oltre cinquant’anni, il benchmark dei corsi universitari di livello avanzato, i dataset ISTAT, ANAC (per gli appalti) e della Gazzetta ufficiale (per i bandi di concorso) oltre allo storico di analoghe iniziativa in carico ad AIB stessa e non solo, è un’impresa non comune.
Quali gli elementi di maggior interesse della presentazione?
- Sotto il profilo legislativo si evidenzia una produzione in due tempi: 1977/1992 leggi regionali specifiche sulle biblioteche, dal 2000 ad oggi testi unici relativi ai beni culturali.
- Il rapporto tra procedure concorsuali e appalto evidenzia un ricorso sempre crescente (se non strutturale) a questa seconda opzione, oltre a una crescente disomogeneità, generalità e vaghezza dei profili richiesti.
- L’ambito formativo si conferma solido, ma tendenzialmente poco connesso ai meccanismi di accesso alle professioni.
- La professionalità emerge in forma decrescente, implicita, frammentata.
Quali proposte?
- Recepimento DM 2019 che vede bibliotecarie tra i professionisti dei beni culturali.
- Superamento delle soglie demografiche.
- Individuare quote minime di lavoro stabile.
- Formazione continua come diritto.
Non è mia intenzione propinare un report dettagliato dei 100 minuti di presentazione, passiamo ora a quello che NON mi ha convinto. In primis l’aver chiuso con venti minuti di anticipo senza aprire alcun confronto con la platea.
La slide “Cosa mostrano gli appalti” (1313 in 10 anni a fronte di 364 concorsi) contiene un box con scritto Mentre il concorso è discontinuo, l’appalto assicura continuità di servizi. Pochi minuti più tardi una nuova slide sostiene che le biblioteche gestite da soggetti privati presentano maggiore probabilità di impiegare bibliotecari rispetto alle biblioteche gestire da soggetti pubblici, [che] le biblioteche gestite dai Comuni rappresentano le biblioteche con la minore probabilità di presenza di personale bibliotecario, [che] l’appalto emerge come uno dei principali driver della presenza di personale bibliotecario.
Personalmente credo che trattare l’assunzione in carico al pubblico, con il CCNL Enti locali e quanto ne consegue in termini di contrattazione decentrata alla stregua di un contratto privatizzato, senza concorso, in regime di esternalizzazione dei servizi e precarizzazione del personale sia un errore strategico. Non vedere e non dire ad alta voce che la parcellizzazione dei regimi contrattuali (per non dire del ricorso alle partite iva) è funzionale a polverizzare la leva sindacale è una forma di miopia che colpisce anzitutto il lavoro meno qualificato, anche in biblioteca. Non riconoscere che esistono strumenti (i consorzi, a titolo d’esempio) per garantire anche ai piccoli enti locali di gestire in house i servizi al pubblico senza trovare scorciatoie, è una mancanza. E no, i toni non sempre sono stati quelli di una laica fotografia dello stato dell’arte.
Con questo non voglio dire che dietro le slide non ci sia un serio progetto di ricerca (anzi, ne sono certo, il volume uscirà prossimamente per i tipi di AIB) e ho già anticipato che la preview aveva toni decisamente diversi, però è sempre bene sottolineare che ci sono persone che usano ancora le vetuste lenti del servizio, invece di quelle così contemporanee del mercato. Sarà questo il bias che non ci permette di cogliere questa comunione d’intenti tra regime pubblico e privato. Il riconoscimento professionale è una cosa giusta e rilevante, ma la qualità del servizio è intimamente connessa alla qualità del lavoro. Su tre punti connessi a quest’ultima ipotesi di lavoro: come davvero si lavora in questi molteplici regimi contrattuali, con quali aspirazioni e quali problemi quotidiani; quante persone sono impiegate a fronte di una maggioranza relativa di personale volontario (né strutturato, né in cooperativa dunque); sull’unicità di un servizio erogato da una persona che conosce la sua comunità di riferimento e che da lei è riconosciut*, forse ci sarebbe almeno altrettanto bisogno di affondi conoscitivi.


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